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Chi fosse passato nella bassa vercellese intorno all'IV-V secolo dopo Cristo, avrebbe trovato una situazione
ben diversa da quella descritta dagli storici latini: la ricca e fertile pianura - prima attraversata dalle
strade romane che da Milano e Pavia andavano verso Torino e Aosta e punteggiata da vivaci e attivi villaggi,
mansiones e mutationes - era tornata ad essere una selva fitta e impraticabile, solo raramente rischiarata
da piccole radure disabitate.
Guerre e invasioni avevano causato l'abbandono da parte delle popolazioni e il progressivo e apparentemente
inesorabile inselvatichimento di queste terre. L'antica selva di Lucedio - il toponimo pare derivare proprio
da lucus bosco - si estese nella pianura a sud di Vercelli dalla Dora Baltea sino al Sesia.
Dovevano passare quasi tre secoli prima che qualcuno mettesse mano con tenacia e lungimiranza a un'opera senza
pari, vedendo, dove c'era solo selva buia e paurosa, una terra che poteva ritornare ad essere, come un tempo,
luogo di vita e di progresso.
E come accadde un po' ovunque in quei tempi, in Italia prima e poi in tutta Europa, furono i monaci
ad intuire le potenzialità di questi luoghi paludosi e inospitali per chi volesse, come loro, allontanarsi
dal mondo, senza poter fare del tutto a meno del mondo.
Prima i benedettini dell'abbazia di San Genuario, agli inizi del secolo VIII, poi i cistercensi dell'abbazia
di Santa Maria di Lucedio, dal XII secolo, diedero inizio a una vasta operazione di disboscamento e messa
a coltura dell'intero territorio: accanto agli orti sorsero i frutteti, i vigneti, i campi di cereali e di canapa.
Ora la gente, ritornata a vivere queste terre, non traeva più la propria sussistenza soltanto dall'allevamento,
dalla pesca, dalla raccolta del legname, ma si raccoglieva intorno a queste vere e proprie aziende agricole,
centri di lavoro e benessere, che erano diventate le abbazie.
Non si sottovaluti l'impatto economico di questi centri monastici: si pensi che la sola abbazia di San Genuario
nel suo periodo di massimo splendore, estendeva il suo dominio dal Biellese e dall'Ossola sino a vaste zone
del Monferrato a sud del Po.
Nacquero, grazie ai sistemi di conduzione d'avanguardia dei cistercensi di Lucedio, le prime grange,
vaste tenute in cui accanto ai monaci lavoravano e vivevano i conversi, uomini liberi che diedero
vita a una nuova classe di lavoratori.
Il primitivo nucleo delle grange si trova ancora nelle nostre campagne, veri gioielli di storia e di architettura
rurale che costeggiano quella che a buon diritto è stata denominata Strada delle Grange, che si snoda
da Crescentino a Vercelli: Montarolo, Montarucco, Leri, Darola, Castelmerlino e Ramezzana.
Dalla fine del Quattrocento è documentata la coltivazione del prodotto che avrebbe rivoluzionato l'economia
e lo scenario di queste terre: il riso, arrivato dal Milanese e introdotto pare proprio dai monaci di Lucedio,
trova qui la sua culla e inizia il suo cammino che lo porterà ad essere il vessillo del territorio.
Gli agricoltori, per accogliere il nuovo cereale, "creano", letteralmente, un nuovo paesaggio, trasformando
quello che prima era stagno e palude in terreno fertile e produttivo, modellando il territorio e conferendo
carattere di unicità a questi luoghi, grazie al mirabile sistema irriguo giunto a perfezione con la creazione
del Canale Cavour.
Le prime canalizzazioni risalenti già al XV secolo, e i maggiori canali voluti e intitolati ai personaggi
della nostra storia che hanno creduto in questa forma di progresso - Cavour, Depretis, Lanza, Sella - assicurano
una capillare distribuzione dell'acqua che dal Po e dalla Dora Baltea arriva ad irrigare tutta la piana sino al Sesia.
Questa terra è fonte inesauribile di sorprese per il turista. Itinerari culturali si possono intrecciare
a quelli naturalistici e gastronomici: il porto natante di Fontanetto, l'Oasi naturale delle Paludi
di San Genuario, il quattrocentesco castello di San Genuario, le Grange, l'Abbazia di Lucedio, il Bosco
della Partecipanza, i Parchi del Po e delle Lame del Sesia, sono solo alcune delle tappe prima di giungere
a Vercelli, città i cui tesori ingiustamente misconosciuti valgono il piacere di una scoperta.
Ora il nuovo marchio Terre d'Acqua vuole rappresentare il territorio della provincia di Vercelli, da sempre punto di riferimento in Europa per la coltura e la cultura del riso.
Attraverso la selezione delle migliori varietà di riso prodotte nella zona, l'accurato controllo della trasformazione, un'attenta distribuzione che assicuri un prodotto sempre fresco di lavorazione, ma anche attraverso la campagna di promozione di itinerari turistici e gastronomici sulla confezione, il marchio intende valorizzare la grande tradizione di questa Città e del suo territorio nella coltivazione del riso.
Terre d'Acqua, ovvero ricerca di grande qualità, nel rispetto dell'ambiente e nell'amore per la cultura e la tradizione di una terra in cui il riso è l'orgoglio della propria storia.
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